Friday, May 18, 2012

Cinque Domande all'Autore - Parte V



Cosa possiamo aspettarci dal prossimo libro di Antonio Romagnolo?

Antonio Romagnolo ha due romanzi pronti. Uno simbolico, una favola per adulti diciamo, ma è scritto in Inglese e va tradotto. L’altro invece è un romanzo di psicologia esoterica da rivedere, forse riscrivere, un romanzo che ha delle grandi potenzialità, ma è stato scritto quando ancora i tempi non erano maturi. Ad ogni modo Antonio Romagnolo sta scrivendo una nuova storia, ma sta anche aspettando la chiamata di Simone e poi deciderà...


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Sunday, May 13, 2012

Cinque Domande all'Autore - Parte IV


Qual e’ stata l’ispirazione per SILTA?

Mi succede spesso d’essere invitato da un mio caro amico in barca a vela. Lui è uno skipper quotato, anche mio parente, perché il cugino della mia compagna. Simone è sempre stato decisivo nel mio percorso e nel decretare il mio destino. Non so se ringraziarlo o mandarlo a quel paese. 

Simone mi chiama e mi chiede se mi andrebbe di volare in Grecia ed aiutarlo a trasferire una barca a vela da Corfù alla Sicilia. Avere un parente ed amico così è una fortuna inestimabile; infatti dopo tre giorni mi trovavo al timone in mezzo allo Ionio, mentre lo skipper e Salvatore, l’altro amico nostro, preparavano la cena cucinando del pesce appena pescato. Accadde che, esattamente come mi capitava su quella bicicletta trent’anni prima, iniziai a sentirmi rapito da questa storia che mi esplodeva dentro. Come puoi ben vedere nulla è un caso, ma tutto sembra essere collegato. Iniziai a scrivere sul mio Iphone tutto quello che mi veniva in mente, imbastendo così una trama, e dopo un anno riuscii a pubblicare. Di base, c’era la necessità di comprendere il mondo femminile per poter avere un rapporto migliore con la mia compagna.


Inoltre, l’ambiente nel quale ho vissuto, mi ha spinto a creare questa donna dell’est. Vivo a Cambridge dal 1997, ed ho incontrato e fatto amicizia con tantissime persone provenienti dall’Europa ex-comunista. È stato quindi naturale per me, creare un personaggio così forte come Beatrise. 


Il luogo in cui vivo è ideale per intervistare gente comune proveniente da ogni angolo del mondo. Di solito faccio moltissime domande, comunico con tutti, e questo è un grande vantaggio; sono le persone che vivono lontano da casa quelle più propense a svelare i dettagli della propria vita, personalità, e nel caso di ‘Sono io, la tua aria’, del passato sotto il regime comunista. 

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Friday, May 11, 2012

Cinque Domande all'Autore - Parte III

Cosa vuol dire essere uno scrittore emergente italiano ma vivere all’estero?


Essere un outsider è sempre conveniente. Lo è nelle dinamiche con i parenti, e lo è di certo a livello sociale. La gente ti guarda sempre con un occhio diverso, non ha punti di riferimento per classificarti, e questa cosa ti concede un ampio margine di vantaggio, sia nel tuo paese di provenienza, che in quello di residenza. Soprattutto quando decidi di presentarti come scrittore; chi lo avrebbe mai detto? Chi non vorrebbe esserlo? Chi non vorrebbe essere anche capace di vendere?


L'identità di un individuo si forma anche attraverso i feedback che riceve dall’esterno, e quindi tramite gli incontri che fa. Se incontri sempre la stessa gente, o ti informi sempre attraverso gli stessi canali, l’identità che vorresti farà fatica a formarsi ed emergere. É un processo naturale fatto di dinamiche del tutto “normali”. 
Se invece te ne vai, e trovi un luogo dove giornalmente hai l'opportunità di confrontarti con il mondo, lentamente questa tua nuova e desiderata identità si inizia creare. 
Disse bene Steve Jobs, quando disse che i punti si collegano guardando nel passato, ma che bisogna credere in questi punti, che bisogna credere in qualcosa. Io aggiungo che per credere, bisogna anche allontanarsi da coloro che ti impediscono di farlo. La tendenza al sud, per esempio, è quella di scoraggiare ogni tentativo di espressione. È una tendenza che ha delle radici solide, che fa parte della cultura. Il nuovo, spesso, disturba gli animi, e di conseguenza influenza il tuo lavoro e soprattutto la tua capacità di visualizzare un obiettivo ambizioso.



La parola estero comunque a me non piace. Mi sento a casa. Mi sento Europeo. È una nuova sensazione, che si acquisisce col tempo. Sono molto legato all'Italia e alla Sicilia, ma l'Inghilterra mi ha dato veramente tanto. Non avrei mai potuto puntare sulla scrittura vivendo in Italia, con una famiglia da mantenere, e tutto quello che ogni genitore e compagno sa di dover garantire. 
Vivere nel Regno Unito significa avere la possibilità di scelta; la possibilità di decidere di lavorare su te stesso, mentre continui a lavorare per la tua famiglia. Ovviamente ci vuole una buona dose di pazzia, ed una donna accanto che abbia una grande pazienza. Cose che a me non sono mancate. Inoltre ci vuole una grandissima forza di volontà. 
Poi c’è
 qualcosa di molto importante. Andando via dall’Italia, si esce fuori dalla bolla mediatica, e si inizia ad imparare un nuovo modo di comunicare, che non è fatto soprattutto di quello che ti dice la televisione. Si inizia ad esplorare tutto quello che c’è da esplorare. 
Inoltre, le novità arrivano prima da queste parti, perché spesso prodotte e/o distribuite da questa gente, quindi si ha un grande vantaggio nell’immaginarsi, per esempio, il futuro dell’editoria italiana quando si è vissuto da vicino, e già da molti anni, il cambiamento dell’editoria anglo-americana. 



L’italiano aveva un limite; Internet. Facebook e l’Apple hanno rotto quest’incantesimo, e guarda caso Amazon ne ha immediatamente approfittato. Ti ricordo che senza l’Apple, l’italiano medio non avrebbe mai usato una carta di credito on-line. Ora chiudendo il discorso, da outsider, prevedere il futuro dell’editoria italiana non è stato per nulla difficile.
Pensa, che una settimana prima di pubblicare l’edizione kindle di “Sono io la tua aria”, in Italia mi avevano tutti sconsigliato di farlo. Fortunatamente, mi sono fidato dei miei punti ed ho creduto fino in fondo in quello che avevo capito ed intuito. 

Monday, May 07, 2012

Cinque Domande all'Autore - Parte II

[Per la Prima Parte, leggete qui]  

Quali sono le tue influenze, sia letterarie che musicali e cinematografiche?

Di Irvin David Yalom ho letto diversi testi, sia accademici che fiction. È un esistenzialista, ed io sposo molte delle sue idee e teorie. Mi ha di certo influenzato aiutandomi ad elaborare il lutto, ed a trovare dei nuovi significati che poi mi hanno anche permesso di trovare il coraggio di abbandonare la “comfort zone”. 
Poi c’è un altro psicoterapeuta che mi ha molto influenzato con i suoi testi, ed è Alexander Lowen, il quale mi ha fatto imparare ad osservare, ed usare, il corpo in maniera diversa. 
Ho un debole per le poesie di Pablo Neruda, (ma non ne so recitare neanche una), mi piace leggere Kahil Gibran e Carl Gustav Jung, ed amo leggere i testi di psicologia esoterica di Thorwald Dethlefsen e di antroposofia di Rudolf Steiner. Poi c’è tanto altro, sono infatti un lettore avido e leggo costantemente di tutto, ma come disse Albert Einstein "The secret to creativity is knowing how to hide your sources".  


La musica, inizialmente, era quella degli anni settanta-ottanta. Battiato, Giuni Russo, Mina, la Oxa, Vasco sicuramente, Michael Jackson, Madonna. Dopo sono arrivati nella mia vita il Rock, tipo i Nirvana, ma forse la cosa più devastante per la mia mente, in senso positivo ovviamente, è stata la post punk, che io ho avuto modo di conoscere negli anni novanta grazie a delle belle amicizie: The Cure, i Pixies, The Jesus and Mary Chain, i Violent Femmes, ed i Joy Division tanto per intenderci. 
Poi invece è arrivata l’influenza della musica elettronica. Il trance, forse, è il genere che mi piace ascoltare di più quando mi alleno.
Goran Bregovic, invece, fa parte di un recente passato e del presente, e visto che Renata ogni sera suona il piano, amo Debussy, Chopin, Rubinstein e molti altri. 
Emir Kustirica è uno dei miei registi preferiti, amo i documentari della BBC e la voce, il commento, ed il lavoro di David Attenborough. Ultimamente mi ha impressionato il film di Luca Guadagnino, I am love. Mi piacciono molto Almodóvar, Amenábar, Alejandro González Iñárritu, e Gabriele Salvatores. 


[Seguirà Parte III]

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Sunday, May 06, 2012

Cinque Domande all'Autore - Parte I


Non conosco Antonio Romagnolo di persona, ma una serie di coincidenze fortuite fece sì che i nostri percorsi si incrociassero, vari mesi fa, su quella specie di grande bar virtuale che è Twitter. Conoscete il tipo di situazione in cui siete infervorati in una conversazione con un paio di amici, e all’improvviso, da dietro sentite una voce: “Scusate se mi intrometto, ma….”

Una cosa tirò l’altra e diventammo ‘amici su Facebook’ - a prova, per chi ancora insistesse sul contrario, che il social network di Zuckermann offre alternative valide a una semplice dipendenza da Farmville e Mafia Wars. Ma non solo, perché quando finalmente la mia tabella di marcia da bibliodipendente mi portò ad aprire la copia cartacea di Sono Io, La Tua Aria che Antonio mi aveva generosamente regalato, da amica virtuale mi ritrovai catapultata nel ruolo di vera e propria fan. E sappiamo tutti come sia il sogno di ogni fan che si rispetti il potere intervistare i propri mostri sacri, no?

E allora, senza bisogno di altre introduzioni, passo la parola ad Antonio, ma non senza prima ringraziarlo pubblicamente qui per avere trovato il tempo di rispondere a queste mie cinque domande.

Quando è nata la tua passione per la scrittura?
Inizialmente la scrittura per me non fu una passione, bensì un’imposizione. Quando frequentavo le scuole elementari, mia madre, che non era ancora passata di ruolo ma già insegnava italiano alle medie, pensò bene di utilizzarmi come cavia. 

A scuola ci andavo di pomeriggio. Al mattino facevo i compiti, e subito dopo lei mi costringeva a scrivere. Di solito mi dettava un titolo di un tema, oppure mi lasciava libero di scegliere, altrimenti si inventava una ricerca o una prosa.

Ogni mattina, dal lunedì al sabato, io dovevo scrivere, e la cosa che odiavo di più erano le prose. I miei quaderni erano sempre pieni d’inchiostro rosso, nonostante la prima bozza fosse sempre in brutta. Odiavo scrivere a quel modo, ma qualcosa accadde. Iniziai a pensare in maniera diversa. Involontariamente cominciai ad elaborare un numero alto di informazioni riproducendole a piacere mio. Questo accadde anche perché, dopo il tema, o il riassunto, o la ricerca, e soltanto dopo, mi veniva concessa la libertà. 

Ti spiego meglio. 

La Sicilia è un luogo meraviglioso, soprattutto al mattino.

Scrivere velocemente quelle quattro pagine, facendo felice mia madre, significava essere libero in un posto pieno di luce. Di solito andavo in bici al porto ad esplorare; amavo spiare le ciurme delle barche a vela. Mi ricordo del forte odore di nafta, e di bellissime donne, bionde, ma non depilate. Ho delle chiare immagini, di queste persone che venivano in Sicilia, in barca a vela, dal Nord Europa; gente accaldata, strana, forse anche troppo sporca, ma interessante. 
Altrimenti andavo dai pescatori sul lungomare. Alcuni vendevano il pesce, altri giocavano a carte. Si trattava di uomini che a voce alta raccontavano il mare, o che litigavano per una partita di calcio. Per me ascoltarli era comunque un momento magico.

Il marina del porto e la spiaggia dei pescatori distano forse un chilometro, e sono uniti da una lunga passeggiata sul mare. Io scorrazzavo felice e sudaticcio, dal porto alla spiaggia dei pescatori, almeno sette volte al giorno, e pedalando creavo nella mia mente delle storie che riguardavano quei personaggi che giornalmente osservavo. A volte mi innamoravo di qualcuna di quelle donne, me ne innamoravo a tal punto che ancora oggi mi sembra di ricordarle. Ovviamente la mia fantasia mi faceva volare.
Forse il lavoro che ero costretto a fare a casa con mia madre, associato alla mia curiosità e al bisogno di dover dare un senso, un ordine, ed una direzione alle mie emozioni, fece scaturire la passione verso la creazione di storie. Storie, che comunque, nascevano e morivano lì, perché non le scrivevo; ero nauseato dalla scrittura. 

La cosa strabiliante che accade però non fu questa, ma fu che a scuola iniziai a far finta di leggere i miei riassunti o le mie prose. Capitò tutto per caso. Un sabato non andai a scuola per una vendemmia che durò due giorni, ed il lunedì mi ritrovai impreparato. La prassi del lunedì era sempre la stessa: la maestra uno per volta, in ordine alfabetico, ci chiedeva di leggere la prosa o il riassunto che ci aveva chiesto di sviluppare durante il fine settimana. 
Stiamo parlando di una paginetta. Io ero costretto a scriverne 24 alla settimana di paginette, e lo facevo nella maniera più veloce possibile.
Ricordo esattamente che quel giorno ascoltai gli altri quindici miei compagnetti che mi precedevano sul registro, e dopo con assoluta calma recitai il mio riassunto con successo guardando una pagina bianca. Questa cosa continuò per delle settimane. Ero infatti riuscito anche a manipolare mia madre, dicendole che al sabato non si dovevano fare più i compiti. Lei, che odiava i compiti del sabato, non si lamentò e non fece domanda alcuna.   

Fino a quando, un giorno, un mio compagno di classe disse alla maestra che le pagine del mio quaderno erano bianche. La cosa diventò un affare di stato. Io, infatti, da mesi non facevo prose e riassunti, bensì prendevo in giro sia mia madre che la mia maestra. Mia madre comprese la genialità, e non si arrabbiò molto, ma la maestra non capì. Ricordo con eccezionale chiarezza il ritorno a casa dopo l'incontro tra me, mia madre, e la maestra. Quella fu la camminata più silenziosa della mia vita, ma mi fece intendere quanto mia madre sperasse in quelle mie capacità, ed intuire che il sistema nel quale vivevo non mi avrebbe mai permesso d’esprimermi. Non me lo disse subito mia madre quello che pensava in realtà, aspettò venticinque anni, e per venticinque anni si disperò domandandosi e domandandomi quando, e se, avessi avuto intenzione di usare la mia intelligenza.  

La routine non l’ho mai persa, perché non ho mai smesso di scrivere. Diciamo che da grande scrivere è divenuto un vizio, e come tutti i vizi difficilmente riesco a farne a meno. L’unica cosa che dovetti decidere fu di iniziare a scrivere seriamente, con l’intento quindi di pubblicare. Questa cosa accadde nel 2002, e da quel momento mi sono dedicato intensamente alla scrittura adottando un’intensa introspezione ed un’attenta osservazione del mondo che mi circonda. 

[Seguirà Parte II ]

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Monday, March 05, 2012

Il Corpo Odiato - di Nicola Lecca





È difficile da catalogare, questo strano, breve romanzo di Nicola Lecca. A metà tra un diario e un romanzo vero e proprio, Il Corpo Odiato è narrato dalla voce di un giovane del quale non conosciamo nemmeno il nome; ‘Lui’ scappa dall’opprimente paese natale nel Marchigiano per trovare rifugio nelle discoteche parigine. Ma la libertà trovata a Parigi ha un prezzo, e presto il protagonista dovrà affrontare la sua - finora mal gestita - omosessualità. Felice per brevi momenti tra le braccia di ragazzi diversi ai fine settimana, ‘lui’ diventa vittima di un culto della perfezione fisica che lo porterà ai limiti dell’anoressia. Senza grandi colpi di scena o grandi svolte narrative, ‘Il Corpo Odiato’ traccia quindi il percorso di questo ragazzo: il suo viaggio, la sua stagione all’inferno, e il ritorno. 

Scritto in toni volutamente adolescenziali, e assai claustrofobico nelle ambientazioni - vedi la’ camera iperbarica’, la stanza-rifugio del protagonista - Il Corpo Odiato trascende i due temi principali - l’anoressia e l’autoconsapevolezza della propria sessualità. Non è quindi un libro ‘sull’anoressia’, ne sul ‘coming out’, ma piuttosto un abbozzo, uno ‘studio’ nella tradizione del ‘Romanzo di Formazione’. 

Da un punto di vista strettamente stilistico, la voce del protagonista può fare a volte sorridere un lettore adulto, citando continuamente musica e canzoni che così inevitabilmente diventano una sorta di immaginaria colonna sonora a questo monologo interiore. A tratti si sfocia nel monologo ossessivo del teenager che blogga su Tumblr; ma diamo a Lecca il beneficio del dubbio perché forse era proprio quello il suo intento. 

E ad ogni modo, molti sono gli sprazzi di improvvisa saggezza, momenti di lucidità che non solo elevano il tono della narrazione, ma in cui probabilmente si scorge il pensiero dell’autore: “...l’unico modo per essere felici sarebbe quello di non pensare. Attraverso il pensiero non si può arrivare a nessuna felicità”: a un protagonista che pensa in questi termini, non si può, dopotutto, non voler bene.

Inadvertent Disclosure by Melissa F. Miller

I love a book with a good title, and ‘Inadvertent Disclosure’, the new instalment in the Sasha McCandless series, like its predecessor Irreparable Harm has a distinctly ‘legal’ flavour right from the outset. Picking up from where ‘IH’ had left off, we find Sascha working for herself after leaving Prescott & Talbott ; she is still dating FBI agent Leo Connelly and practising Krav Maga, a skill which, of course, will come in handy in the course of the story. During an out-of-town court appearance, a judge suddenly hands Sasha a new case, which involves acting for an elderly man whom the county is trying to have declared incapacitated. Of course, the case will turn out to have deeper implications than anticipated, and our diminutive attorney will soon find herself knee-deep in the murky waters of local politics, corruption and the environmental damage brought by the county’s new gold fever: hydrofracking. I won’t spoil the rest, but don’t worry: Sasha is in top form. 

The second in its series, ID could easily have suffered from the syndrome of ‘that difficult second novel’ - a phenomenon that also affilicts music and cinema. I must admit that the opening chapters had failed to grip me the way IH had done. ID opens with a flashback - one of my least favourite literary and cinematic devices - involving characters who appear later on in the story. It’s a brave attempt to take it up a notch in terms of experimenting with the narrative structure, but it’s only partly successful, because those particular characters, and their motivations, are extensively described in the rest of the novel anyway. It seems unnecessary. However, Sasha comes into the scene soon enough, and after that, we get a straight, linear narrative and plenty of action: legal stuff, medical stuff, environmental stuff and a couple of dead bodies. Perfect. 

I was sceptical, at first, about how Sasha McCandless would sustain our interest outside of the shark-infested waters of corporate law. A large part of what makes IH so interesting is seeing what coping strategies Sasha, as a young, ambitious attorney, developed over the years to function is what is essentially a de-humanised, ruthless working environment, only just surpassed, one imagines, by corporate finance. But, despite Sasha’s newly acquired freedom from Prescott & Talbott, the pace in this second novel does not slacken and there are plenty of legal intricacies to keep the reader busy. By the fourth or fifth Sasha book I am sure that most readers will be absolutely convinced that they have a pretty good grasp of the US legal system. It takes some serious skills to achieve that: to make a dry, often abstruse subject matter so fascinating and to give the reader the illusion of understanding what’s going on. It’s a bit like watching an episode of House MD: for an hour a week, we believe we understand medicine. It’s narrative magic at its very best. 

Melissa F. Miller is, unsurprisingly, a lawyer herself. I am sure that there are many attorneys out there dabbling in writing, churning out mediocre novels that either confuse the uninitiated reader or patronise them with mind-numbingly boring law-by-numbers exposition. But Miller, who studied medieval literature and creative writing, is not one of them. Therefore, what she produces is intelligent, gripping legal thrillers which you will want to keep reading until the early hours of the morning, until you see ‘THE END’, safe in the knowledge that you can look forward to another Sasha McCandless book soon (at the time of writing, the third instalment is due April 2012). 

If you are new to this author, do yourself a favour and download IH first, and get to know Sasha McCandless. I guarantee that you will not want to leave the fascinating world that Melissa F. Miller has managed to create; the hard work, the pressure, the endless cups of coffee. Above all, you will not want to leave the company of this feisty, formidable lawyer. All I can say is, I can’t wait to read the next one. See you all in Pittsburgh.

Friday, February 24, 2012

Dallo Scaffale: 'Sono Io, La Tua Aria' di Antonio Romagnolo


A metà tra un racconto breve e un romanzo vero e proprio, Sono Io, La Tua Aria, l’esordio dell’autore siciliano Antonio Romagnolo, è una conversazione univoca tra una donna e il suo uomo. Lui è in coma in seguito ad un incidente d’auto; lei gli parla, nel disperato tentativo di dargli un motivo per cui risvegliarsi. Tramite questo monologo interiore, esposto per la maggior parte sotto forma di diario, scopriamo che Marco, il grande amore mai dimenticato dell’adolescenza di Beatrise, vive a Londra ed è sposato con Marianne. Un incontro fortuito li riunisce e l’inevitabile triangolo affettivo sconvolge la vita dei tre protagonisti.

La premessa è semplice ma il finale è imprevedibile, e con un colpo di mano esperto e inaspettato, l’autore, quasi a rispecchiare gli eventi narrati, sconvolge anche le aspettative del lettore. Solo dopo essere arrivati alla conclusione si riconoscono i vari indizi che Romagnolo ha disseminato abilmente tra le righe di quelle 168 pagine, e la natura ben più complessa di questo romanzo emerge. La narrazione, che all’inizio sembrava semplice e lineare, prende all’improvviso sfaccettature diverse e invita a una seconda lettura.  Come struttura narrativa, SILTA appartiene in un certo senso al filone ‘Tutto quello che sai è sbagliato’, nella tradizione cinematografica di Blade Runner, Memento e Inception, con elementi della narrazione non lineare di ‘Eternal Sunshine of the Spotless Mind’ (in italiano penosamente tradotto con ‘Se Mi Lasci Ti Cancello’). É sicuramente una storia che meriterebbe di essere adattata come sceneggiatura.

L’io narrante di SILTA è una donna - Beatrise, originaria Lèttone, emigrata prima in Sicilia e poi a Londra. Calarsi in un personaggio del sesso opposto e inventarsi una voce dall’ altra prospettiva non è facile, e spesso il personaggio che ne emerge ha elementi caricaturali - una donna che parla e si muove come il personaggio di una fantasia maschile; un uomo che parla come il copione di un film romantico d’altri tempi. Romagnolo invece ha creato una Beatrise credibilissima, che vive, respira e si esprime non solo come una donna in carne ed ossa, ma perdipiù con la dura, esplicita schiettezza di una cittadina dei Balcani. Ogni parola di Beatrise trasuda le sue origini, al punto che, avanzando nella lettura, è impossibile non sentirne l’accento, le vocali chiuse, qualche articolo che magari di tanto in tanto le sfugge ancora. Insomma, viene veramente da chiedersi se l’autore non conosca di persona una donna come Beatrise.  

L’unico elemento che sembra di tanto in tanto minare la credibilità della protagonista, è la scelta di un linguaggio piuttosto forbito, quasi letterario. Ma anche questa non è una scelta casuale dell’autore, e, senza volere anticipare il finale-sorpresa al lettore, tutto si spiegherà dopo, a posteriori.

SILTA è certamente un debutto originale e promettente da parte di un autore di cui forse in pochi avranno sentito parlare. Gli esordi letterari si suddividono in due categorie - quelli ampiamente pubblicizzati su tutti i fronti, premiati, osannati, magari vincitori di qualche premio, spesso eletti ‘fenomeno letterario’ del momento e comunque sempre parte di una strettissima minoranza. E poi ci sono tutti gli altri, usciti in sordina e spesso largamente ignorati dai critici, destinati a sparire dagli scaffali delle librerie nell’arco di pochi mesi.  Ma questo non sarà, credo, il destino di SILTA. Antonio Romagnolo può essere considerato un pioniere nel panorama del ‘self-publishing’ italiano. Mentre negli Stati Uniti già moltissimi autori emergenti scelgono di pubblicare direttamente in ebook, sfruttando la gigantesca piattaforma di distribuzione di Amazon per il Kindle, in Italia questo fenomeno è ancora pressoché sconosciuto. Di conseguenza, e paradossalmente, SILTA non è nemmeno disponibile dal sito italiano di Amazon, ma richiede di essere acquistato presso il sito inglese per la versione Kindle, e da quello americano per la versione cartacea, pubblicata da Createspace, quest’ultimo sempre parte di Amazon. 

Questi ostacoli non fermano comunque il lettore più determinato che cerca qualcosa di nuovo al di là dei soliti progetti-vanità di personaggi famosi, o dei romanzi fast-food che ormai hanno infestato le classifiche di lettura del nostro paese. Antonio Romagnolo troverà sicuramente il suo pubblico, e quando finalmente anche in Italia tirerà aria nuova con l’avvento della pubblicazione diretta su Kindle, e i criteri impenetrabili dell’editoria tradizionale verranno finalmente stravolti, SILTA inizierà a scalare le vette degli ebooks più scaricati su Amazon. Nel frattempo, speriamo che Antonio Romagnolo sia già all’opera con un nuovo libro.


[ Sono Io, La Tua Aria è disponibile su Kindle e in versione tascabile tramite Amazon.co.uk e Amazon.com e  in traduzione inglese con il titolo I Am Your Air ]


Saturday, August 27, 2011

Dallo scaffale: "Notte di Nebbia in Pianura" di Angelo Ricci


In inglese l’espressione ‘You can’t judge a book by its cover’ intima di non giudicare un libro dalla copertina: un monito che dovrebbe anche essere esteso al titolo, visto che anche quest’ultimo può tradire, illudere e deludere con le sue subdole promesse.  “Notte di Nebbia in Pianura”, il romanzo di esordio di Angelo Ricci, mi aveva attratta proprio per questi due motivi: la copertina, che mostrava un lampione e tre sagome umane, appena visibili attraverso una cortina di nebbia, e il titolo, che già da solo era bastato a ri-trasportarmi ai nebbiosi e bui inverni del nord-est padano dove sono cresciuta. Ve lo dico subito: ogni promessa è stata mantenuta.

Fin dalla prima pagina, questo breve romanzo - 118 pagine in tutto - trascina il lettore nel brodo umido e nebbioso di un inverno padano, e gli ricorda che ‘la nebbia ti piace perché ci sei nato dentro’. Troviamo un uomo, un capannone giallo (‘le porte erano di un verde smorto’) e una sorta di asta in corso. Una ad una, capitolo dopo capitolo, ci vengono presentate diverse sagome umane tra la quali distinguiamo: un ex-avvocato diventato televenditore, un delinquente di periferia - detto Sticazzi - dal continuo turpiloquio interiore ed un maresciallo dell’Arma in procinto di arrestare una tale Anna Sandri.
 
Non è facile descrivere ciò che esprime questo romanzo e soprattutto il perché riesca ad esprimerlo. L’autore stesso, intervistato su ‘Il Recensore’ dichiara di non credere: ‘alla letteratura che lancia messaggi e/o parole d’ordine.’ E infatti, man mano che ci creiamo un varco tra le varie sezioni all’apparenza disconnesse della storia, è inevitabile chiedersi quale sia il nesso tra i vari personaggi, quale sia, ovvero, il loro scopo. Lentamente - seppure i ritmi siano relativi in un’opera così breve - le connessioni appaiono, scorse a malapena attraverso la nebbia che Ricci crea volutamente nell’esposizione - flusso di coscienza, ricordi, dialogo interiore, flashback – il tutto senza introduzioni o spiegazioni; una nebbia che, insomma, sta a noi dipanare.

Se non è presente un messaggio ben definito, sono però ben chiari gli stati d’animo dei personaggi secondari che Angelo Ricci descrive: disagio, squallore, solitudine e isolamento. 

L’ex-avvocato che vende quadri, anzi, ‘croste’, in televisione, è costretto comunque a giustificarsi della sua scelta di carriera poco ortodossa (‘E perché fa questo lavoro da falliti? Perché non fa l’avvocato?” - “Perché non mi piace”); l’obeso recentemente diventato orfano di madre, è condannato a vedere continuamente immagini riflesse della sua adorata maestra elementare in tutte le donne che incontra. L’effetto comico del parossismo delirante di Sticazzi - a mio avviso il personaggio più riuscito tra tutti - non riesce comunque a celare completamente la rabbia intrappolata del teppistello di provincia, ovvero il senso di inferiorità nei confronti dei ‘vincenti’ locali (“un fuoristrada del cazzo di quelli guidati da quei mezzi uomini, fighette con le mestruazioni, che facevano l’università a Pavia. Ma andate a lavorare....”). E sapendo che secondo i criteri della nostra società attuale, i ‘vincenti’ sono i vari Panza e Braghenti, berlusconiani protagonisti di “NdNiP”, ritratti mentre si giocano le rispettive quote aziendali durante una partita a carte in compagnia di due ‘ballerine’ dell’Est, l’amarezza di fondo di Sticazzi sembra ancora più centrata. 

Non voglio svelare l’unica vera e propria svolta nella trama di questo romanzo; gli habitués della narrativa post-moderna riconosceranno il modello in cui le varie ramificazioni della storia si intrecciano lentamente per poi riunirsi alla fine, con risultati non sempre chiarificatori . La vera forza di quest’opera non consiste nella trama, ma nei personaggi. Lo Sticazzi, che un critico ha trovato particolarmente offensivo a causa del linguaggio scurrile, è semplicemente memorabile nel suo uso del linguaggio vernacolare e ricorda Emil Minty aka ‘Yours Truly’ in ‘Infinite Jest’ di David Foster Wallace: in entrambi i casi, si lascia parlare il personaggio, dando spazio al suo monologo interiore. Se quest'ultimo sa solo usare un linguaggio scurrile, così sia. Al critico offeso chiederei se veramente si aspetta che un sociopatico ubriaco e criminale parli come un catechista.

‘Notte di Nebbia in Pianura’ è un romanzo breve (quasi un racconto), dalla forma innovativa, e dai tratti esperti e maturi; sicuramente l’autore ha il talento necessario per un vero e proprio romanzo  in cui i personaggi possano trovare lo spazio per svilupparsi e prendere pienamente vita. Mi auguro quindi che Angelo Ricci sia già al lavoro su una nuova opera, perché a giudicare dall’esordio, questo è certamente un autore di cui sentiremo parlare in futuro.


Con la gentile collaborazione di Bandini83 - visitate il suo blog


Saturday, July 16, 2011

Linguista Per Caso

Un giovedì di qualche mese fa mi capitó di potere ordinare un corso di lingua tedesca - il Collins/Livemocha 'Active German' - tramite il programma Amazon Vine, il quale offre a un gruppo scelto di utenti, rigorosamente invitati da Amazon stessa, prodotti gratuiti da recensire. Era rimasto disponibile solo il tedesco, una lingua che gli inglesi amano ben poco, forse perché  comporta uno sforzo nettamente superiore a quello che serve per barcamenarsi durante una gita domenicale a Calais a comprare casse di vino e birra a prezzi continentali. Il tedesco - la lingua di Goethe e Hölderlin, Schiller e Mann....ma anche quella di Herzog e Wenders, non lo voleva proprio nessuno. Mi si strinse il cuore. CLICK.

Alla peggio, pensai, faccio un paio di lezioni per potere scrivere la recensione su Amazon, e poi mollo lì. Era la metà di Aprile. Mancano due settimane alla fine di Luglio e ho già passato il test online dei primi due livelli; mi sento eroica, inarrestabile. Compongo mentalmente frasi in tedesco mentre mi lavo i denti (“Ich hätte gerne ein halbes Kilo Tomaten”), poi mi angoscio nel dubbio di averci infilato errori. Come con tutto quello che periodicamente intraprendo, non conosco mezze misure.

A questo punto devo fare una premessa e aggiungere che il tedesco lo avevo già studiato, per ben 5 anni, al liceo linguistico. Ma sebbene, arrivata alla maturità, fossi allora in grado di scrivere temi dai toni elegiaci sullo Sturm Und Drang, d’altro canto non ero mai stata capace di comunicare con un tedesco senza ricorrere per forza all’uso del (maledettissimo) inglese. Due vacanze-studio a Mannheim e Salisburgo ,rispettivamente, servirono a poco, perché già arrivata ai 16 anni l’inglese mi aveva colonizzato la mente, e, al di fuori delle lezioni mattutine, in tedesco, ad esprimerci, non ci provavo nemmeno.

Fast forward una ventina d’anni con i relativi pentimenti dell’età ed eccomi qui alle prese con una lingua indiscutibilmente difficile, con al massimo un’ora o due alla settimana per studiare e le interferenze inevitabili ma fastidiose di una seconda lingua ormai già da troppo tempo avviluppatasi intorno alle mie sinapsi cerebrali. Tradurre dalla lingua madre é sbagliato, ma tradurre da una seconda lingua é tragico. La struttura dell’inglese mi complica quello che é semplice e mi inganna di continuo - portandomi a fare inutili capriole grammaticali.  Per dire una cosa semplicissima come ‘vivo qui da 16 anni’ vengo assalita dai dubbi: come si rende ‘I have been living here for 16 years’ in tedesco? Che mi serva il gerundio? O almeno un participio passato? Mando un messaggio alla mia nuova pen-friend tedesca - conosciuta su Livemocha - la quale mi spiazza con la semplicità della soluzione: “Ich lebe hier seit 16 Jahren.”  Insomma, tanto valeva tradurre direttamente dall’Italiano senza tutti questi voli pindarici.

Ammetto che l’influenza di una lingua di ceppo germanico ogni tanto però aiuti - nelle mie ‘flashcards’ di ripasso vocaboli certe traduzioni le scrivo in inglese: come rendere altrimenti ‘früh’ di ‘presto’ in quanto ‘early’ anziché ‘veloce’? Oppure ‘das Lebensmittel’ - che in inglese rende perfettamente con ‘groceries’ ma che per esprimere in italiano necessiterebbe di due parole, ‘generi alimentari’?

Fortunatamente la terza lingua che studiato, il francese, non ha ancora fatto capolino dalle parti più recondite del mio sub-conscio, nonostante lo abbia usato più recentemente per motivi di lavoro. Ma attenzione perché sto per riprendere anche quello. E chissà che razza di Frankenstein linguistico ne verrà fuori allora. 

Bis zum nächsten Mal, 

Tschüß!

Thursday, July 14, 2011

Il Fu Mattia Pascal - Un 'Fake' Ante Twitteram

Leggendo il nonPost Fake Plastic Trolls di @Jovanz74 sul nonBlog Gilda35 mi sono trovata a riflettere sul grande romanzo di Luigi Pirandello, 'Il Fu Mattia Pascal' che proprio qualche settimana fa lessi, per la prima volta. Per qualche oscura ragione, al liceo non fui mai costretta a leggerlo.  Di questo, alla mia insegnante di lettere, sono ora infinitamente grata, perché credo che a diciotto anni avrei capito ben poco.

Non so quanto, nella tarda adolescenza, ci si possa immedesimare nel personaggio di Mattia Pascal - un uomo che, martoriato dalla malasorte, coglie al balzo l'occasione per oblíare la sua stessa esistenza e ricominciare daccapo sotto il falso nome di Adriano Reis. Diciotto anni sono forse pochi per sentire un cosí forte desiderio di abbandonare tutto e re-inventarsi.

Per un adulto, il romanzo di Pirandello simboleggia, invece, il sogno di fuga, il volere cambiare vita, di fare tabula rasa e rinascere.

Considerando il periodo storico in cui venne scritto Il Fu Mattia Pascal - primi Novecento - questo é un romanzo che si dimostra ancora più attuale nell'era dei social networks. Mai come adesso, infatti, é stato possibile per chiunque reinventarsi tramite i molteplici avatars, alter ego e profili offerti dalle comunità' virtuali. Il profilo del social network é quasi un invito vero e proprio alla storpiatura dei fatti, i quali che vengono sempre più' spesso guarniti e addobbati come alberi di Natale; i confini tra verità e finzione diventano sempre più sfocati ed é veramente facile lasciarsi prendere la mano e creare una versione ideale di noi stessi, alla quale aspiriamo talmente tanto che alla fine iniziamo a credere alla nostra stessa mitologia, perdendo la cognizione di ciò che é  reale e ciò che invece é puro artificio.

Siamo, insomma, tutti dei potenziali Mattia Pascal, seppure paradossalmente lo siamo in un mondo in cui la morsa della burocrazia che indissolubilmente ci lega alla nostra identità  ‘ufficiale’ si fa sempre più stretta.

Più l’informazione ci segue e si insinua nella nostra vita sotto forma  di numeri, accounts e codici a barre, e più noi vogliamo scappare, salire sul prossimo treno, fermandoci magari al casinò di Montecarlo, e, con una vincita in tasca, diventare anche noi Adriano Rais, per poi magari un giorno visitare redivivi la tomba del nostro vecchio ego, il ‘nostro’ Fu Mattia Pascal.